Recensioni

Giorgio Cortenova
Osservo un'immagine fotografica, certamente scattata dall'artista, in cui una sua testa in terracotta, posta di profilo, tagliente e già notturna, si staglia contro un cielo tempestoso, giunto al tramonto sotto la minaccia di nubi plumbee, messaggere tempestose di antichi anatemi. C'è tutto, nella "regia" e nella struttura della visione, per alludere al più ampio respiro romantico che sia possibile immaginare. Ma non è così. L'immagine tutt'altro che romantica, evoca invece un medioevo reticente; ma ancor di più allude ad una straordinaria congiunzione tra il buio e la luce, tra la materia greve e quella leggera, impalpabile, dello spazio; tra l'arcaico e il futuribile. Mi dico che bisognerà tenerne conto. 
In seguito osservo un "cottura" in gres, una testa di donna dai lineamenti nobili, occhi orientali su di un naso e una bocca toscane; le orecchie "ricamate" e aderenti ai lati della nuca; non mi dilungo, ma alla base del lungo collo si arrotonda la curva dolce e declinante delle spalle. 
La scultura possiede tutto per rinviare al ricordo di un linguaggio a cavallo fra tre e quattrocento, in quell'area in cui la "primitività" medioevale s'inerpica fino alle sorgenti del pensiero mistico e si ricompatta con l'intelletto laico. Rifletto su tanta trasparente ed apollinea rarefazione dei "pesi emotivi", su tanta lievitazione dello spirito rispetto ai labirinti del subconscio. Ma mi sbaglio. Infatti, sullo sterno della figura "cresce" - una "maschera" dionisiaca, mostro gotico scomodato dalle guglie delle cattedrali brumose del nord. 
Ne deduco una volontaria contraddizione, uno spaesamento capace sì di provocare un surrealistico cortocircuito di sensazioni e di idee, ma finalizzato soprattutto a provocare il linguaggio e, all'origine, la materia stessa su cui è intessuto. Poiché l'artista, per qualsiasi artista autentico, nella materia del lavoro di nasconde la trama del proprio segreto sentire, del proprio ritmo interiore d'intendere il mondo, allora credo di comprendere meglio le ragioni delle opere di Patrizia Bartoletti, che sono ragioni alchemiche, metafori che, finalizzate a tentare le profondità di tipologie assolute e contrapposte: Apollo e Dionisio, armonia e ironia. 
Quando queste due rive s'incontrano, quando le linee del "racconto" s'intrecciano organicamente, allora nelle terre cotte di Patrizia Bartoletti si realizza la più straordinaria delle alchimie della materia: quella dell'arte che, anziché sfuggirne le premesse, ne sublima i contenuti. 
E sono allora superfici maculate, teste memori di un oriente arcaico ed enigmatico, oppure plasticità pietrose che nulla concedono ai tepori del tatto, ma s'indirizzano piuttosto al gelo della memoria allucinata. 
Però un reticolo di ferro inciso sulla terra, allo scopo di tracciare una veste, diviene un ricamo impalpabile; e il segno delle labbra intagliato nella creta si schiude nelle parole dell'enigma. Ma l'enigma cui la Bartoletti si rivolge è quello, dicevo, della materia stessa; in questo senso l'artista ottiene i risultati più affascinanti laddove si rivolge, col fare inconscio della creatività, al brivido dei suoi tepori, cioè alla virtualità delle sue evoluzioni e trasformazioni. 
È così che la forma si dispone nella plasticità di un improbabile mondo animale: ancora calda, come i rivoli dispersi della lava, essa si raggela nella staticità della struttura, e però allude ai tepori che di nuovo liberino il dinamismo interiore indirizzandoli ad ulteriori esiti formali. 
A questo punto credo di comprendere meglio la poesia pietrosa e insieme lirica di questa scultrice che non teme di essere atipica, ma che anzi si propone come spiazzante rispetto ai riti previsti dalla maniera della modernità e dei suoi "post". Solo così, d'altronde, possono convivere nella dialettica le asperità nordiche e le armonie mediterranee, i tormenti gotici e le sublimazioni metafisiche... 
Chi ha detto che il pensiero si sia già perduto nell'ecatombe del futuro?

Giorgio Segato
Dai personaggi pieni di enigma, ieratici e "fuori storia", modellati per linee essenziali e volumi chiusi e compatti - per segnalare ulteriormente la quantità di segreto e di misterico inespressa e forse inesprimibile di un mondo prefigurato nell'immaginario onirico, ma al tempo stesso con radici fonde nella memoria individuale e genetica, Patrizia Bartoletti è da qualche tempo trascorsa a una lunga sequenza di Troni. Ha così dilatato di molto il valore concettuale delle sue rappresentazioni plastiche, il contenuto simbolico e le complicanze allegoriche, da narrazioni in qualche modo di citazione surreale verso forme evocative, con o senza figure, vieppiù "totemiche", cioè abilitate a svolgere la funzione universale di sostegno della gloria e del manifestarsi della grandezza umana e/o divina. 
Gli elementi che connotano la sua sintassi plastica sono innanzi tutto un profondo sentimento magico-religioso della vita, un concetto organico ed energetico della materia e dello spazio, una sollecitazione intima a cercare - dentro si sè - attraverso la manipolazione della materia una dimensione "franca", atemporale, di quiete, di armonia, di continuità, una "sfera" di sapienza stabile - mi si permetta l'apparente contraddizione - in cui risentirsi centro (relativo e non assoluto, naturalmente) della propria vicenda esistenziale come parte integrante e partecipe del tutto, e misura delle cose, dell' esperienza quotidiana come dei diversi gradi di illuminazine conoscitiva. 
Le sue soglie, le sue scale, i suoi alti sedili con panneggi (vesti dell'uomo e del dio, sacerdote e del mago, del cavaliere e del monaco, ma anche materia organica fluida e in trasmorfosi) sono architetture del sacro, emblemi essenziali del fonsersi nell' energia e nel modularsi della materiadell'umano e divino, dell'organico e psichico, del divenirn nell'essere. 
Rappresentano una ricerca di riferimenti poetici e formali restitutivi di sacralità all' esistenza e alla "figura", una volontà di riascolto e di ridefinizione delle voci interiori, collegandole alle voci e ai flussi dell'universo, un rapportare la vita alla dimensione cosmica. Letteratura, cinematografia, grafica ci hanno portato in questa dimensione sempre più spesso in questo secolo ansioso di abbandonare - fin dai tempi di Verne - i limiti del pianeta, per incontrare spazi e tempi stellari, e disposto a sondare - sulla traccia di Stevenson e di dr. Jekyll - le frontiere e gli abissi della psiche per incontrare nuovi giacimenti, attuare diverse potenzialità sensitive, intellettuali e spirituali. E Patrizia Bartoletti si mette coraggiosamente in competizione con !'immaginario contaminato della cultura massificata e spettacolare - sotto la quale comunque covano e maturano esigenze e tensioni reali e incoercibili - per dare forma comunicativa e aggregante, e forma plastica in quanto scultrice, alle proprie visioni, ai propri mediatori religiosi, alla contemplazione di una nuova comunità interplanetaria e alle nuove incarnazioni di divinità, in una percezione animistica rinnovata ed espansa, aperta, possibilista, nuova nonostante vesta simboli che sollecitano la memoria, e ricca di rinnovata esteticità, oltre che di concettualità, di pensiero, di creatività proiettata nel sogno, nell'utopia e nell'auspicio di un orizzonte di futuro possibile e migliore. Lo fa da plasticatrice, manipolando la creta, costruendo idola, troni e personaggi dal nulla, in virtù di una manualità che trasmette vita ed energia alla materia e la rende immagine del pensiero, del sentimento e della conoscenza.

Marilena Pasquali
Accostando le sculture di Patrizia Bartoletti, subitaneamente si awerte il silenzio. Anzi: si entra nel silenzio e se ne resta awolti, come sospesi tra l'età degli archetipi e una new age stranita, spogliata di ghirlande, profumi e arcobaleni. 
Un'aria ferma accarezza la pietra (refrattario, gres o bronzo, tutto qui sembra roccia levigata, materia affiorata da un terra interna, nucleo emerso dal "variegato silenzio sotterraneo" di Italo Calvino, per rispecchiarsi in un cielo altrettanto di pietra). La luce scorre sulle superfici, le accarezza, le polisce, crea ombre nette e senza rifugio, rimbalza sugli spigoli e veloce si allontana in cerca di nicchie più accoglienti. 
E pure nelle opere della scultrice si awertono irrequietezza ed inquietudine, ciò che Giorgio Cortenova ha visto come "volontaria contraddizione" e che io preferisco sentire come scontro necessario fra esigenze formali e urgere delle emozioni. In ogni sua immagine Patrizia rivela un autentico stato di attrazione-repulsione per la purezza geometrica della forma, una forma da lei catturata e imprigionata nelle superfici algide e nei solidi ciechi, ma anche stravolta e inquinata in quei corpi-panneggi che paiono scivolare via cercando ombre più accoglienti, forse più pietose al loro sonno. Involucri ormai privi di senso, bozzoli da cui la farfalla è fuggita, materia lambita da una fiamma che l'ha resa molle come cera: così appaiono i più recenti abitanti del mondo pietrificato della scultrice; in sudari vuoti vanno trasformandosi i suoi custodi, diritti e fieri, quasi che un contagio insidioso ne stesse indebolendo le forze e minando le certezze. 
Ma in ciò non c'è sconfitta, o rinuncia, quanto la consapevole, dolente accettazione di una condizione umana dura, acuminata, quasi soffocante, e pur degna in ogni istante di essere vissuta fino in fondo, fino all'ultimo respiro. E il gorgo delle emozioni, il vortice dei desideri vengono imprigionati nella forma per dominarli - o, almeno, per tollerarli-lasciano sfuggire dalle maglie strettissime di strutture chiuse soltanto qualche brandello di carne e sangue. 
Dalle tentazioni teosofiche dei Mandala di qualche stagione fa e dalle suggestioni junghiane dei Sacerdoti e degli Ierofanti, Patrizia è giunta ora ai suoi Troni rischiarati da stelle spente, spirali luminose, segni del divino racchiusi nella materia come ammoniti nella roccia. A ben guardare, infatti, più che troni di orgoglioso potere, i suoi monumenti in miniatura si rivelano come altari a divinità lontane, are per offerte sacrificali, sepolcri su cui resta una veste gettata come sudario. L'andamento è grave e nell'aria ferma si percepisce soltanto qualche risonanza inafferrabile, un'eco di suoni cupi e profondi che fanno vibrare e, per un attimo illusorio, rivivere la materia. 
Osserva José Saramago, in quella abbacinante metafora dell'esistenza che è il suo romanzo Cecità, che "le immagini non vedono, Ti sbagli, vedono con gli occhi che le vedono". Se è così (ed io ne sono pienamente convinta), allora che cosa possono vedere, e sentire, e soffrire, questi custodi del vuoto, abbandonati alloro e al nostro silenzio?